FARE «CULTURA INFORMATICA»
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[INTERVENTO AL DUCA DEGLI ABRUZZI, 9 MARZO 2005]

Buon pomeriggio.

Sono qui per parlare di cultura informatica, e di quali
strumenti un insegnante possa usufruire per diffonderla e
trasmetterla. La tesi che sosterrò (e che cercherò di dimostrare)
è che - se lo scopo dell'insegnamento è la diffusione della
cultura (intesa nel senso moderno di cultura scientifica
galileiano-copernicana) - non esistono al momento logiche
alternative all'uso del Software Libero. Successivamente
illustrerò alcune mie concrete esperienze di lavoro realizzate
grazie a una distribuzione di Software Libero - curata da Daniele
Giacomini [http://a2.swlibero.org/] - denominata nanoLinuxIII
[http://linuxdidattica.org/docs/nanolinux/].

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Per chi non lo sapesse il Software Libero
[http://www.gnu.org/philosophy/free-sw.it.html] è un tipo di
software il quale (grazie a licenze particolari) oltre a garantire
i diritti dell'autore garantisce anche le libertà degli utenti,
sia intesi come singoli individui che come comunità di persone
che collaborano.

In contrapposizione al Software Libero esiste il software
proprietario, il quale per definizione nega almeno una delle
libertà tutelate dal Software Libero, quando in pratica non le
nega tutte quante.

Per non apparire troppo pedante, non illustrerò dettagliatamente
le libertà che caratterizzano il Software Libero (che sono
esattamente quattro), ma cercherò di compendiarle in uno slogan
che secondo me le riassume abbastanza bene: «Il software che tu
usi è libero se non ti è proibito usarlo come meglio credi allo
scopo di aiutare te stesso, il tuo prossimo e la tua comunità.
Altrimenti è non-libero».

Per illustrare meglio cosa questo significa, vi parlerò dei
cosiddetti «accordi di non divulgazione» che quasi sempre le
persone che realizzano software per mestiere sono indotte a
sottoscrivere. Parlando a una platea di insegnanti, spero che -
come a me - la frase «accordo di non divulgazione» susciti in
voi un brivido di raccapriccio. Cosa può esserci infatti di più
alieno - per un insegnante - di una «promessa di non insegnare»?

Supponete allora di conoscere un collega, per esempio un
insegnante di latino, il quale ha tradotto da poco un difficile
passo - diciamo di Tacito. Anche voi insegnate latino, e
desiderate confrontarvi con il collega, per poter controllare
la bontà della vostra traduzione, oppure perché siete convinti
di non essere in grado al momento di darne una traduzione
accurata. Allora vi recate dal collega, gli chiedete il suo
aiuto e lui vi risponde: «No, non ti aiuto. Ho promesso che non
ti avrei mai aiutato qualora me lo avessi chiesto». Come pensate
che vi sentireste?

Questo dimostra che gli accordi di non divulgazione hanno delle
vittime. E le vittime siete voi, ed io.

Ebbene, questa situazione - assolutamente paradossale per
chi di mestiere fa l'insegnante, spero ne conveniate - è del
tutto normale nel campo della produzione del software, o per
meglio dire del software proprietario. Quel tipo di risposte
alle richieste di aiuto da parte di colleghi sono implicite nei
cosiddetti «accordi di non divulgazione», firmati dalla maggior
parte dei programmatori.

Il fatto è che questo tipo di «promesse» si ripercuotono anche
sugli utenti (ossia i consumatori) del software: infatti, se un
utente vuole rispettare la legge (e come insegnanti della scuola
pubblica siamo particolarmente tenuti al rispetto della legalità
se vogliamo insegnarlo ai giovani, anche «deontologicamente»
per usare una brutta parola) allora egli deve obbedire ai
termini della licenza; nel caso del software proprietario la
licenza in pratica proibisce all'utente di aiutare se stesso (è
proibito studiare il funzionamento del software, ed è proibito
modificarne i funzionamenti difettosi), proibisce all'utente
di aiutare il suo prossimo (è proibito cedere copie a terzi)
e proibisce all'utente di collaborare con la propria comunità (è
proibito diffondere informazioni sul funzionamento del software,
ed è proibito diffonderne copie modificate o migliorate).

In sostanza: col software proprietario è proibito imparare ed è
proibito insegnare. Ergo, necessariamente a scuola non si può che
utilizzare software non proprietario, ossia Software Libero. CVD

Le osservazioni che precedono sono a volte dismesse con
sufficienza e fatalismo da molti interlocutori con frasi del tipo:
«Mi sembra che le libertà cui si allude siano di poco interesse
per la maggior parte degli utenti», oppure «Le licenze in fondo
tutelano i legittimi interessi delle aziende produttrici di
software, grazie alle quali abbiamo a disposizione software di
alta qualità», oppure «È così che va il mondo, chi siamo noi
per cambiare le cose?»

A mio avviso, tali argomentazioni sono nel migliore dei casi scuse
molto deboli per soffocare la propria coscienza e per ignorare
gli aspetti etici della questione - e la loro debolezza risulta
particolarmente evidente in bocca a degli insegnanti.

Per quanto riguarda l'ultima, meno rara di quanto si
possa credere, denota un cinismo e un fatalismo che - se
comprensibili in generale - non dovrebbero appartenere a chi ha
la responsabilità della formazione delle menti dei giovani. E
su di essa non ho altro da aggiungere.

Per quanto riguarda la seconda, alla prova dei fatti le licenze
proprietarie non garantiscono software di qualità (come dimostra
l'esperienza di milioni di utenti alle prese con continui
aggiornamenti di sicurezza per il più diffuso cliente di posta
elettronica), e viceversa esistono migliaia di esempi di Software
Libero di qualità non ancora raggiunta da altri tipi di software.
Molte aziende, inoltre, sono quotate sul Nasdaq facendo business
con Software Libero.

La prima affermazione la voglio discutere per ultima, perché
mi sembra sia la più interessante soprattutto nell'ambito della
discussione in atto, ossia l'ambito scolastico.

E la mia replica è la seguente: le libertà cui si allude sono casi
particolari di quelle libertà che dovrebbero essere maggiormente
care a noi insegnanti e che per natura ci troviamo (o dovremmo
trovare) a diffondere fra i giovani che ci vengono affidati: la
libertà di insegnamento e la libertà di condividere con gli altri.

E faccio due esempi.

Quando alle elementari un bimbo arriva in classe con un sacchetto
di dolciumi, è del tutto ovvio che la maestra lo solleciti
a offrirne un po' ai suoi compagni: «Pierino, non li vorrai
mangiare tutti tu? Offrine un po' agli altri!»

Questo fa parte dell'educazione alla socialità che noi tutti
riceviamo fin da bambini. Si tratta in sostanza di imparare
i principi della convivenza, a base della quale si trova la
rinuncia all'egoismo e il piacere della condivisione.

Ora, almeno secondo il Ministero, questa situazione dev'essere
del tutto ribaltata, almeno per quanto riguarda il software:
«Pierino, vedo che hai portato con te del software! Guai a te
se lo fai usare ai tuoi compagni! Vedi di tenerlo per te e non
darlo a nessuno anche se te lo chiede!» Questo, in sostanza, è lo
spirito delle recenti iniziative ministeriali contro la cosiddetta
«pirateria informatica» [http://www.controlapirateria.org/];
iniziative magari meritevoli in sé, ma giuridicamente e
scientificamente scorrette (perché ignorano l'esistenza del
Software Libero) e - a mio avviso - eticamente inaccettabili
(in quanto equiparano gli atti di pirateria a comportamenti di
altamente sociali e incoraggiabili come la volontà di aiutare
il prossimo e la propria comunità).

Nella migliore delle ipotesi si tratta un modo schizofrenico di
intendere l'educazione. Ma la cosa è più grave di quello che
si possa pensare: infatti accettare la dottrina che sta alla
base del software proprietario significa in sostanza rinunciare
agli ultimi 400 anni di progresso scientifico, tornare all'«Ipse
Dixit» aritotelico-tolemaico. In definitiva: abdicare al nostro
ruolo di insegnanti e diventare addestratori. Per chi insegna
matematica, potrei fare una similitudine: sarebbe come se nei
libri di geometria il teorema di Pitagora venisse enunciato senza
dimostrazione, anzi con l'esplicito divieto di ricercarne una,
pena la galera e forti multe per i trasgressori; oppure magari
una dimostrazione nel libro c'è, ma è sbagliata, ed è proibito
correggerla senza autorizzazione dell'editore; inoltre, l'acquisto
del libro garantisce all'acquirente un uso limitato del teorema
(può citarlo diciamo, venti volte, superate le quali è necessario
acquistarne un'altra copia).

Evidentemente una situazione del genere (volutamente paradossale)
renderebbe estremamente florida l'industria del libro scolastico,
ma impoverirebbe la società nel suo complesso. Si favorirebbe,
in pratica la creazione di «monopòli della conoscenza»: se
volete si tratta di un ossimoro - ma è la cruda realtà nel mondo
del software.

Come insegnante sono infine giunto alla conclusione di assumere
la posizione di Richard Stallman al riguardo del software come al
riguardo di qualsiasi informazione tecnica di utilità generale:
in caso me ne venisse offerta in cambio di un accordo di non
divulgazione direi: «Grazie di avermi offerto questa bella cosa,
ma in tutta coscienza non posso accettare le condizioni che mi
poni, perciò ne farò a meno, grazie mille!»

Come insegnanti, il nostro obiettivo è la diffusione di
informazioni utili alle persone cui parliamo, è contribuire
alla conoscenza. Se impediamo l'accesso alla conoscenza, stiamo
tradendo la nostra missione.

Spero di essere riuscito a motivare a sufficienza la mia scelta di
affrancarmi dal software proprietario e di adottare esclusivamente
Software Libero nella mia attività di insegnamento. Ulteriori
informazioni sui motivi di fondo per cui adottare Software Libero
nella scuola si trovano presso il sito web della Free Software
Foundation. [http://www.gnu.org/philosophy/schools.it.html]

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In questa seconda parte del mio intervento cercherò di illustrare
praticamente come sia possibile conciliare le posizioni di
principio suesposte con le esigenze concrete e i problemi
quotidiani di un insegnante che usi o insegni le nuove tecnologie.

Partirò con un esame di quelle che sono le situazioni concrete
da me incontrate negli ultimi anni di attività nelle scuole in
cui ho prestato servizio.

Ormai quasi tutte le scuole (elementari, medie, superiori) del
territorio circostante sono dotate di aule con elaboratori e
connettività interna ed esterna. Quindi la dotazione hardware
consentirebbe di fare attività di e con le nuove tecnologie,
anche se il materiale è spesso obsoleto.

Dal punto di vista del software, invece, la situazione è meno
incoraggiante: sui dischi rigidi c'è di fatto un monopolio di un
unica ditta produttrice, monopolio imposto da scelte dirigenziali
e da inerzie e forme di sudditanza di varia origine.

Inoltre, per mia esperienza, le politiche di gestione dei
laboratori all'interno dei vari istituti, sono molto rigide. A
questo proposito, vorrei precisare una posizione che dovrebbe
chiarire meglio la questione: per un insegnante di e con le nuove
tecnologie il software utilizzato equivale al libro di testo,
essendo il software il principale supporto didattico all'attività
da svolgersi; ci si aspetterebbe dunque che la libertà di
scelta dell'insegnante venisse fattivamente tutelata nel caso
del software esattamente come lo è nel caso del libro cartaceo.

Purtroppo la situazione reale è molto diversa, vista tutta la
serie di lacci e lacciouli di tipo burocratico che di fatto
ostacolano le scelte del docente nel campo del software quando
si tratta di arrivare all'installazione sulle macchine del
laboratorio.

A ciò si aggiunga il fatto che - purtroppo - in generale non è
facile trovare fra il personale tecnico della scuola soggetti
che siano stati formati sull'utilizzo del Software Libero.  La
responsabilità di ciò non è generalmente attribuibile al personale
suddetto, ma ha la sua causa essenzialmente nell'atteggiamento
politico del Ministero, il quale ha più volte concretamente
dimostrato la sua contrarietà all'introduzione del Software
Libero nelle scuole, al di là delle buone intenzioni dichiarate.

La prova di quanto affermato sta nella realizzazione del progetto
UMTS-Fortic che negli anni passati è stato portato avanti allo
scopo di fornire - a quasi 200.000 insegnanti e non - vari
livelli di alfabetizzazione e formazione tecnologica: ebbene,
la quasi totalità delle iniziative è stata imperniata attorno
all'uso del software proprietario monopolistico.

Viste queste premesse, il docente che volesse utilizzare Software
Libero nella sua attività di insegnamento si troverebbe di fronte
a tre necessità: 1) svincolarsi il più possibile dalla presenza
o meno di professionalità tecniche presenti nell'istituto di
servizio, sulle quali non è possibile fare a priori nessun
affidamento; 2) svincolarsi il più possibile dalla presenza di
questo o quel software installato sulle singole macchine che
poi utilizzerà nella sua attività didattica; 3) garantire a se
stesso la massima capacità di mobilità (anche considerando i
frequenti trasferimenti cui soprattutto gli insegnanti meno
anziani sono sottoposti).

Sul primo punto, la soluzione è semplice e complicata al tempo
stesso, e la riassumerei in uno slogan: «La libertà si paga».

Infatti, non ci si deve aspettare che la scelta di passare al
Software Libero (come tutte le scelte che comportano personali
assunzioni di responsabilità) sia indolore, fluida e automatica.
Richiede tempo, volontà e studio. In una parola, si deve essere
completamente autonomi (o per lo meno il più possibile).

Il docente deve conoscere al meglio le tecnologie che usa, deve
apprezzarne i pregi e non nasconderne i difetti, deve essere in
grado di vagliare diverse alternative per risolvere i problemi che
inevitabilemnte incontra nella preparazione delle sua attività. In
sostanza deve formarsi una propria solida professionalità nel
campo, e non si deve aspettare aiuto e/o supporto in merito da
parte dell'amministrazione e della generalità dei colleghi. Solo
così diventerà un docente che «fa» invece di uno che dice «si
potrebbe fare...». Solo con l'esperienza sul campo.

Per quanto riguarda il secondo e il terzo punto, è la scelta del
software che permette di affrontare la questione: ovviamente ci
si deve affidare a una distribuzione di tipo «live», ossia una
distribuzione di software utilizzabile anche senza installazione
su disco rigido.

A questo punto la scelta di «quale distribuzione» potrebbe essere
una semplice questione di gusti personali, e in parte lo è.
Esistono infatti una miriade di distribuzioni live, ognuna con
sue caratteristiche, pregi e difetti.

Senz'altro degna di nota EduKnoppix
[http://eduknoppix.dmf.unicatt.it/], che vedrei come una
distribuzione particolarmente efficace nella scuola elementare
e alle scuole medie inferiori, dove l'interfaccia accattivante
e la notevole selezione di software educativo possono senz'altro
contribuire a fare breccia fra i più giovani. È una distribuzione
a cura di Maurizio Paolini [http://dmf.unicatt.it/~paolini/].

Esplicitamente mirata alla scuola elementare poi è DidaTux, curata
dalla collega Anna Leopardi. [http://happytux.altervista.org/didatux/]

Ma a mio avviso nanoLinuxIII costituisce una scelta ottimale per
l'insegnante di scuola media superiore essenzialmente per un
motivo: è stata realizzata da un collega sulla base della sua
esperienza concreta di lavoro, tenendo presente le esigenze
pratiche legate alla quotidiana gestione di un laboratorio
di informatica.

In effetti, quello che secondo la mia personale esperienza
caratterizza nanoLinuxIII rispetto ad altre distribuzioni live è
che sono semplificate al massimo tutta quella serie di operazioni
amministrative - quotidiane e non - che necessariamente una
gestione autonoma e libera di un laboratorio porta con sé.

A titolo di illustrazione, farò il seguente esempio: preparazione
di un laboratorio di informatica basato su distribuzione live,
con accentramento di utenze e accessi e successive prime attività
didattiche. Si tenga presente che la maggior parte delle attività
amministrative sono gestibili utilizzando comodi script preparati
ad hoc dall'autore, ma nulla vieta di procedere manualmente.

In pratica è necessario avere a disposizione un'unica macchina
su cui si abbia accesso al disco rigido; questa macchina farà da
servente NIS/NFS, ossia custodirà le informazioni per l'accesso
dei singoli utenti al sistema oltre a conservarne le directory
personali. L'installazione del software su questa macchina e la
configurazione dei vari servizi richiede dai 30 ai 45 minuti.

Inoltre sono necessarie tante copie del CD-R di supporto alla
distribuzione quante sono le macchine clienti del laboratorio.
L'operazione di copia può tranquillamente essere effettuata dal
personale tecnico, in quanto non richiede particolari competenze
nel campo del Software Libero.

Le copie del CD-R vanno poi inserite nel lettore di ciascuna
macchina (tranne il servente). Ciascuna macchina deve poi essere
configurata in modo tale che il BIOS tenti l'avvio del sistema
prima dal CD-R e poi da disco rigido. Anche questa operazione
è a carico del personale tecnico.

Per fare in modo che le singole macchine clienti riconoscano
il servente da noi preparato è necessario un piccolo file di
configurazione da copiare nella prima partizione del disco rigido
di ogni macchina. La preparazione e la copia dei file richiede
circa 1-1,5 ora di tempo. Nel corso dei giorni successivi
si potrà poi gradualmente procedere a sistemare meglio tale
configurazione sulla base delle caratteristiche hardware di
ciascuna macchina (tale operazione può eventualmente essere
realizzata direttamente dalla macchina servente). Le versioni
più recenti di nanoLinux addirittura non hanno bisogno di questa
preparazione: infatti prevedono l'utilizzo di un servizio DHCP
opportunamente preconfigurato (naturalmente la cosa funziona in
assenza di conflitti con servizi DHCP preesistenti).

A questo punto è già possibile effettuare le prime attività
didattiche.

Il primo giorno di lezione, dopo aver avviato la macchina
servente, si invitano gli alunni ad avviare la propria
macchina. Dopo che il BIOS ha riconosciuto la presenza di un
CD-R avviabile, si invitano gli alunni a inserire un codice
opportuno e si procede così all'avvio del sistema (di solito
dai 2 ai 3 minuti).

Ad avvio avvenuto, di solito la prima attività è quella
di prendere confidenza con le procedure di login e logout,
utilizzando gli utenti comuni presenti nel CD-R (tizio, caio,
sempronio,... tali utenti sono anche utili per fare esercitazioni
generiche).

L'attività successiva è quella di generare un utenza personale
per ciascun alunno: a tal fine essi verranno chiamati uno ad uno
presso il servente ed ivi prenderanno nota del proprio nominativo,
sceglieranno la parola d'ordine e inseriranno i propri dati
personali. Successivamente essi proveranno l'utilizzo della
propria utenza personale.

Nel corso delle suddette attività si può approfittare per
introdurre i rudimenti teorici dell'informatica moderna:
accentramento e distribuzione delle risorse, sicurezza e
riservatezza, primi elementi di telecomunicazioni, norme di
buon comportamento, uso della tastiera e degli altri dispositivi
di ingresso/uscita.

In una frase: Fare cultura informatica.

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In condizioni ideali, nulla vieta al docente di installare
il software anche sulle macchine clienti: in tal caso è anche
possibile installare nuovo software sulle macchine (o effettuare
aggiornamenti: il tutto tramite il potente sistema basato su
apt-get, essendo nanoLinuxIII una derivata di Debian); per far
ciò, l'autore della distribuzione ha predisposto le cose in modo
da centralizzare gli aggiornamenti su una singola macchina che
faccia da modello, e poi procedere alla sincronizzazione delle
altre in maniera semiautomatica.

È anche possibile differenziare le caratteristiche software
dei diversi clienti (sulla base delle risorse hardware a
disposizione) ed effettuare sincronizzazioni mirate. A tal fine
si tenga presente che esistono anche delle versioni ridotte della
distribuzione (nanoLinux0, nanoLinuxI, nanoLinuxII) nonché una
distribuzione su DVD-R (nanoLinuxIV) idonea all'installazione
di una grande quantità di software su macchine dal disco capiente.

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Se vogliamo limitarci a valutare la bontà di una distribuzione
live sulla base del software installato, si tenga presente
che nanoLinuxIII contiene tutto il materiale necessario alla
preparazione e alla realizzazione di esercitazioni e lezioni
inerenti a:

- videoscrittura (VI, Abiword, gEdit, Xedit, Yudit, Mcedit...)
- calcolo (BC, Xcalc, Gnumeric,...)
- comunicazione ipertestuale (Mozilla, Amaya,...)
- presentazioni multimediali (Mozilla, MagicPoint,...)
- reti informatiche e internet (Mail, Mutt, Balsa, Boa, ftp,...)
- basi di dati (Postgres, Pgaccess,...)
- programmazione imperativa, a oggetti e visuale 
  (Freepascal, GCC, Python, Tcl/Tk, Java,...)
- editoria elettronica (teTex, alml, Gv, Xpdf,...)
- grafica (ImageMagick, Gimp,...)
- e-learning (Vnc, Xmessage, Exim,...)
- edutainment (giochi vari, anche a scopi didattici)

Si tenga inoltre presente che è possibile personalizzare
ulteriormente la distribuzione per adattarla alle proprie
esigenze di lavoro (come ha fatto il sottoscritto), installando,
rimuovendo, aggiornando, modificando o riconfigurando come meglio
si crede il software presente (ciò è possibile in quanto trattasi
di Software Libero, lo si rammenti). Anche tale operazione è di
semplice realizzazione mediante gli script predisposti. Nelle
versioni più recenti di nanoLinux la procedura è stata
ulteriormente semplificata e resa maggiormente flessibile.

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Grazie per l'attenzione!

(Copyright © marzo 2005, Massimo Piai)