Privilegi, censure e diritto d'autore

Dai privilegi degli stampatori nel '500 al diritto d'autore passando attraverso la censura ecclesiastica

di Giulio Mazzolini

I privilegi

Venezia, 1514, Nicolò Degli Agostini è l'autore del quinto libro dell'Orlando innamorato, continuatore del poema incompiuto del Boiardo. Alla fine del libro, Nicolò inserisce un appello ai lettori :

Lettori, se havete piacer di veder il sesto libro, non imprestate Questo a persona alcuna, ma chi lo vol fatte [= fate] lo compri, acciò possi cavar li dinari ho spesi ne la Charta e ne la stampa; e non vogliate che, per darvi piacer, riceva danno, perché così facendo vi prometto dar fora il libro sesto fin un anno, più dilettevole et maggior di questo.

Nicolò  teme di vendere meno copie se i lettori dovessero imprestare il libro e li esorta a non farlo.

Preoccupazione lecita, ma come impedire il prestito? Non era possibile legalmente, quindi Nicolò cerca una complicità con il lettore:

se tu non impresti, io pubblico il sesto volume.

Lecita proposta di patto non formale, la ricerca di un reciproco interesse tra il lettore e l'autore/editore.

(La formalizzazione del desiderio di Nicolò non venne accontentata per secoli. Dovremo aspettare l'era di Bill Gates per trovare legiferata la proibizione del prestito di un'opera, per fortuna solo del software).

La Repubblica di Venezia aveva iniziato a concedere negli ultimi decenni del 1400 dei privilegi agli stampatori, che vietavano a terzi la ristampa del  libro oggetto del privilegio per un certo numero di anni. Una iniziativa che mirava a proteggere economicamente gli stampatori, in quanto i costi della carta e dei tipografi erano alti e andavano pagati in anticipo.

Sembrerebbe in realtà che i primi privilegi agli stampatori vennnero concessi a Milano. Si sa che nel 1481 l'editore Andrea de Bosis ricevette un privilegio per la Sforziade di Giovanno Simonetta e nel 1483 il duca di Milano accordò a Pietro Giustino di Tolentino un privilegio di cinque anni per stampare il Convivium di Francesco Filelfo. Ma fu Venezia a farne un uso esteso.

Non bisogna credere che il privilegio fosse una forma di protezione dell'autore, era semplicemente una protezione della attività economica dello stampatore. Un privilegio di stampa veniva in genere concesso per la pubblicazione un singolo titolo.

La prassi dei privilegi non era tipica della stampa, era comune anche in altri settori contigui, per esempio i produttori di carta godevano da tempo di privilegi per la raccolta dei cenci in quanto la carta si faceva con gli stracci e gli stracci erano scarsi. Alcune cartiere avevano persino il monopolio della raccolta in una certa zona.

Per esempio già nel 1366 i cartai di Treviso ottennero dal Senato di Venezia un privilegio di monopolio nell'incetta degli stracci. Nello stesso periodo lo Stato svizzero stabiliva che nelle prime 24 ore del mercato di Basilea i cenci venissero venduti solo ai compratori locali.

Il fenomeno dei privilegi agli stampatori a Venezia e Milano viene oggigiorno esaltato da alcuni autori moderni che vogliono riconoscervi gli embrioni della proprietà intellettuale,  ma ci sembra che nulla nei privilegi riguardi l'autore e l'opera dell'intelletto, mentre è evidente la sua natura di protezione mercantile.

La pratica dei privilegi sui libri risulta stranamente limitata.

Fino al 1527 sono documentate a Venezia 250 richieste di privilegi. Per contro a Venezia si inizia a stampare dal 1470 circa e nel solo anno 1550 le richieste di privilegi sono appena 95. I titoli pubblicati invece sono molti di piu'. Il Ranucci stima che a Venezia si pubblicassero circa 150 titoli al giorno in media nel secolo sedicesimo. Il Febvre ritiene che nel '500 si siano stampati 30000 titoli nel mondo di cui un quarto a Venezia.

Se ne deduce che la stragrande maggioranza degli stampatori non era interessata ai privilegi,  stampavano i libri e cercavano di  venderli tutti al più presto e basta.

Dai privilegi alla censura

Come è noto la diffusione del  processo di stampa contribuì notevolmente alla diffusione della Bibbia Riformata di Lutero e della Riforma.

La Chiesa cattolica reagì alla proliferazione dei testi riformati, concedendo dei veri e propri monopoli agli editori affinchè pubblicassero i principali testi religiosi che seguivano i dettami del Concilio di Trento. Vari monopoli di pubblicazione di testi religiosi vennero concessi da Carlo IX ad una Lega cattolica di editori in Francia, Paolo Manuzio ricevette simili diritti in Italia dal Papa e il famoso tipografo Plantin di Anversa dal re di Spagna.

Ben presto la Chiesa Cattolica non si accontentò di stimolare la pubblicazione dei testi che riteneva corretti, ma volle anche impedire la pubblicazione dei testi che non in linea con il proprio pensiero.

Il Papa quindi introdusse negli Stati di ubbidienza cattolica l'obbligatorietà dell'ottenimento di una licenza per la pubblicazione di qualsiasi libro,  istituendo delle commissioni di censura che avevano il compito di concedere il nulla osta alla stampa.

Per due secoli e più la pubblicazione dei libri in Italia viene soffocata dai censori ecclesiastici, che per ignoranza e paura di sbagliare, anche in presenza di un minimo dubbio, rifiutavano il nulla osta.

Forse non è mai stato valutato a sufficienza il danno enorme causato alla cultura italiana dalla censura ecclesiastica.
Mentre nel nord Europa riformato si pubblicavano liberamente libri di filosofia e di scienza, i censori nostrani si accanivano su tutti i testi sospetti, religiosi, filosofici e scientifici.
Non si limitavano a censurare, condannavano a morte gli editori eretici: per esempio Pietro Longo a Venezia nel 1588 e Girolamo Donzellini due anni prima.

Non è questo il luogo per elencare le malefatte della censura ecclesiastica, ma va ricordato che la censura diede vita, come reazione, alla pubblicazione clandestina e al contrabbando di libri. Numerosi sono i libri pubblicati a Venezia con indicato sul frontespizio  stampato in Amsterdam per sfuggire ai censori.

Forse è proprio grazie ai mille canali clandestini che  la cultura italiana sopravvisse in quei secoli bui.


La nascita del Copyright e del Diritto d'autore

Si considera comunemente il 1709 l'anno di nascita del Copyright, quando la Regina Anna promulgò un editto sul diritto di Copyright con il quale si generalizzavano e codificavano i privilegi degli editori. E` estremamente interessante la motivazione della pubblicazione dell`editto, si chiamava infatti “An act for encouragement of learning” (Un editto per l'incoraggiamento dell'apprendimento).

La classe dirigente inglese dell'epoca riteneva giustamente che senza libri l'apprendimento era difficile e che si dovevano incoraggiare stampatori ed autori.

Va notato che sia nel regime dei privilegi a Venezia e Milano nel '500 che successivamente in Inghilterra con l'editto sul Copyright, non si faceva una gran distinzione tra autore, editore o stampatore. Si concedevano privilegi all'imprenditore, diremmo oggi, chiunque esso fosse, concedendogli con i privilegi di stampa, una forma di esclusiva per alcuni anni. I rapporti tra autore e editore/stampatore non erano codificati, se la dovevano sbrigare tra di loro, l'autore non aveva una sua identità propria.

Solo quasi un secolo più tardi, nel 1791, in piena Rivoluzione Francese, vennero riconosciuti e codificati i diritti dell'autore in quanto tale, riconoscendolo come figura ben distinta dall'editore/stampatore.

Si riconobbero all'autore i diritti che ancor oggi ritroviamo nelle varie legislazioni derivate dalla prima legge francese, prevalentemente quelle europee.

Dal 1791 l'autore (dell'opera d'arte) è l'unico a poter disporre dell'opera, solo lui ha il diritto di pubblicarla, di modificarla, di farla tradurre e così via, a meno che non abbia ceduto questi diritti a terzi.

Oggi però la stragrande maggioranza degli autori è  debole e indifesa, invece gli editori sono forti, si comperano tutti i diritti e all'autore rimane solo di verificare che non lo imbroglino sui pagamenti.

In questa situazione si trovano  gli autori di testi scritti e dei musicisti, che salvo di pochi eccelsi, devono accettare senza discutere i contratti degli editori. La figura dell'autore di software, in particolare quello che scrive per le grandi società, è praticamente scomparsa, gli autori di software sono stati ridotti a dipendenti, senza alcun diritto (d'autore).

Forse è proprio il caso di rivalutare il diritto d`autore per difendere quest'ultimi e magari difendere anche i fruitori.

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